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0+1=2 (Italian Version / versione italiana)

All’inizio di un percorso si focalizzano tematiche ed obbiettivi, mentre durante il processo di esposizione di quest’ultimi, capita spesso che nascano altri quesiti o meglio, nuovi punti di vista che richiedono una revisione del lavoro fatto fino a quel punto. E’ un po’ quello che mi è successo dopo le precedenti ricerche sulla comunicazione e sul ‘flusso archetipico’. L’argomento che qui vado a trattare non è quindi un progetto ex novo, ma un nuovo punto di partenza, che tiene conto di tutto quello detto finora.

Mi preme sottolineare la mia esigenza di porre su un livello pratico e finalmente condivisibile in maniera sensibilmente emotiva, gli sviluppi del mio pensiero.

Credo sia importante non perdere di vista i segnali che ci manda il corpo, ossìa l’aspetto pratico-materiale, soprattutto quando ci si è occupati maggiormente dell’aspetto filosofico-intellettuale di un lavoro (il fare arte, nel mio caso).

Ho avuto la fortuna di incontrare personalità che mi hanno aiutato a capire questa particolarità espressiva, anche attraverso le forme che più si conciliavano con il mio normale metodo di lavoro, cioè attraverso la letteratura più o meno specifica. I temi ruoteranno quindi ancora attorno alla creazione come impulso artistico, alla comunicazione e agli archetipi dell’essere e del fare artistico.

 

>>Performance ‘Incomunicabilità (0+1=2)’

In questo lavoro ho lasciato da parte tutto quell’apparato semantico che distingueva la mia produzione artistica, a cominciare dal titolo, privo di giochi linguistici od etimologici, ma crudo nella sua essenzialità.

Il lavoro era invece una composizione di video, traccia audio ed azione scenica in diretta e ripresa, secondo una plurivisone di stampo quasi paoliniano.

Credo sia importante che l’arte sia capace di suscitare emozioni e curiostà, che faccia nascere interrogativi in chi sta guardano-vedendo-osservando. Per questo devo invece ringraziare il lavoro con Giovanni Meloni, il quale mi ha introdotto nel suo modo di concepire ‘la pittura come ricerca di verità’. Questa citazione può apparire un luogo comune, soprattutto a chi come me è tendenzialmente analitico in merito alla componente concettuale del messaggio, ma nella realtà dei fatti si tratta di un’incredibile scossa a tutto un modo di pensare che ormai mi appariva stanco ed autoalimentantesi, qualora non addirittura autogiustificantesi.

Innanzitutto ho cominciato a rivalutare la pittura, particolarmente come atto, azione pittorica, che mi sembrava quasi costretta a cedere il passo alle nuove tecnologie, se non ad un minimalismo concettuale (e che spesso cela solamente una superficialità dovuta alla mancanza di abilità manuali o alla presunzione). E’ invece evidente che in qualsiasi opera d’arte, sia essa un quadro, un video o una performance, esiste una intelligente disposizione di componenti, che richiede un’attenta indagine di sintassi tra gli elementi. Questa è una componente fondamentale del gesto artistico (in questo caso pittorico), che può magari essere bagaglio inconscio di un artista, che cioè può organizzare un’opera secondo il proprio estro del momento, ma che sarà comunque colloegato alla matrice d’esperienza maturata con studio ed applicazione, questo io credo.

Da qui il mio impegno di svolgere in pubblico un’ azione visibile e comprensibile, come quella di dipingere o scrivere, in modo da eliminare quella barriera che spesso si crea tra chi osserva e chi propone.

Questo certamente può funzionare solo se nell’osservatore viene creata la curiosità per quello che sta accadendo, altrimenti è la banalità frustrante della noia che costituisce una strada senza uscita.

Ad esempio, senza addentrarmi troppo nello svolgimento della performance, lo spettatore (che come detto in precedenza è uno speculum per l’artista stesso) deve chiedersi cosa io stia facendo, dopo essere stato introdotto in un mondo-modo parallelo ma intersecantesi con il suo, dal video, dall’installazione e dai suoni. E’ importante curare tutta un’estetica dell’opera d’arte, un’atmosfera cioè, che interessi tutti i sensi.

Mi interessa la componente rituale del fare arte, il legame con l’aspetto propiziatorio-energetico-creativo dell’atto: la tragedia greca nasce proprio dalla ‘Falloforia’, un’antica festa di fertilità in cui ci si scambiava insulti propiziatorî, una sorta di alterco sacro. La tragedia aveva maggiormente l’aspetto di un evento unico fino a Euripide-Sofocle (quest’ultimo è l’ultimo tragediografo, poiché è morto dopo il primo, pur essendo più vecchio), visto che sino ad allora non esistevano repliche delle tragedie.

Da qui l’importanza di ‘caricare’ l’oggetto rituale o l’opera d’arte con movimenti, forme e soprattutto suoni-parole, che possono venire sussurrate od urlate.

Avevamo già parlato del ‘sussurro’ nel precedente lavoro, qui mi limiterò a riportare i tratti più importanti.

Ricordiamo che il Mythos deriva dal greco myo, che ha proprio il significato di ‘dire-sussurrare’ (e che rappresenta il contrario del sanscrito åum, anche nel senso: indica infatti il mantra che ‘tiene dentro’ un suono-significato).

La parola ha un’origine nell’indoeuropeo ‘mys’, che rimanda -concettualmente- all’antico germanico rhûn-Runa, che si può traslare in ‘segreto sussurrato’ (das ‘Geheimnis’).

L’atmosfera dell’opera d’arte deve quindi fornire i presupposti, gli imputs, che però non devono svelare ciò a cui si assisterà in modo didascalico (questo compete infatti alla critica d’arte, un lavoro parallelo a quello dell’artista, e che non deve sostituirsi ad esso).

Si deve creare un equilibrio (tema che tratteremo approfonditamente in seguito) tra elementi diversi ed opposti, tra immagine a fuoco e sfondo, tra nota e pausa, tra gesto e segno analitico, tra movimento e quiete.

Il silenzio è il locus amenus per la contemplazione, dove possono nascere e svilupparsi "le sensazioni più acute e i pensieri più profondi" (L. Valdrè, Il linguaggio dell’eros, p.67). E ancora "i sensi e lo spirito attingono alla verità del loro essere nella misura in cui si liberano del linguaggio" (ibidem). Questo appare ovvio se ci ricordiamo di quello detto poc’anzi: la didascalia ad un’opera d’arte rischia spesso di condizionare se non traviare il messaggio originale, che presenta sfumature diverse alla luce della particolarità dell’esperienza del singolo fruitore. "Davanti a un’opera preferire il silenzio" è stata una delle frasi centrali del discorso (scritto da Gennaro Mungivera) che ho letto all’inaugurazione dell’anno accademico 2002/2003. Le classificazioni generano spesso etichette di significato che agiscono orientando le nostre decisioni comportamentali. Le parole di questa tipologia agiscono in maniera proporzionalmente potente in relazione a quanto esse sono nascoste nell’inconscio.

Dobbiamo quindi lasciare che in questi casi sia l’intuizione a parlare, l’emozione a guidarci.

A questo punto nasce spesso un equivoco secolare in merito alla condizione di giudizio migliore per gli eventi che ci accadono: è più giusto ragionare razionalmente con il cervello, o seguire le onde del cuore?

La filosofia ‘moderna’ di matrice cartesiana si basa sul presupposto che l’uso della logica debba per forza escludere le emozioni, dando inoltre una maggiore rilevanza alla prima, al pensiero logico: cogito ergo sum. In realtà, esiste tutto un apparato di risposte intuitive che noi diamo agli altri con il metalinguaggio del corpo. L’essere umano compie continuamente valutazioni in frazioni di secondo; se dovesse agire in maniera analitica di fronte ad ogni quesito che gli si presentasse davanti (anche il più banale, come aprire gli occhi al proprio risveglio), si troverebbe in un’incessante lavoro valutativo di possibili opzioni, creando una congestione di pensieri con conseguenze distruttive.

L’organismo umano, inteso come unicum psicosomatico, provvede alla creazione di "marcatori somatici" (vedi l’articolo su A. Damasio, L’errore di Cartesio, Emozione e coscienza e Alla ricerca di Spinoza, Adelphi 2004), cioè reazioni codificate da esperienze passate che ricreano un’atmosfera a cui si può dare un’immediata risposta, senza analizzare l’evento ex novo. Come si capisce, la nascita di questi marcatori richiede parecchio tempo: è quindi necessario raccogliersi in se stessi con una frequenza che dipende dal singolo, per evitare che lo stress della velocità di interscambio comunicativo tipica del mondo contemporaneo generi quella famosa congestione di pensieri. Il rischio più grande è che si giunga ad affidarsi completamente al sistema cognitivo per stabilire ciò che è bene e cuiò che è male, senza aver nessun contatto con la propria ‘guida interiore’, frutto di esperienze e ricordi emotivi.

Questi ultimi sono evidentemente cosa completamente diversa dalle frasi fatte e dai luoghi comuni, in quanto sono frutto d’un’interiorizzazione più o meno empirica di dati desunti dalla quotidianità o da attente letture. La frase fatta è infatti un "pensiero che addormenta il pensiero", in cui "non è il soggetto a parlare, ma la lingua stessa" (Valdrè, p. 108), anche giungendo ad ossimori del tipo: "le parole non contano, sono i fatti che contano", o, in una variante ancora peggiore: "le parole non contano, sono i fatti a parlare". Prendo come esempio alcune frasi del libro appena citato, in cui si dimostra il distruttivo potere di plasmare verità che possono avere alcune formulazioni di giudizio, frutto di vecchi e radicati stereotipi:

Che cosa implica, infatti, dire che gli uomini dalle donne cercano sempre soltanto una cosa?

1) Che tu, donna, rispetto agli uomini, vali soltanto come portatrice di <<quella>> cosa; che ogni attenzione maschile per te è, in realtà, un’attenzione per quella cosa.

2) Che puoi ottenere un danno (infatti, perché mai allora dovresti stare all’erta?), ma poiché quella cosa è ambita, essa ti dà un potere e ti rende forte.

3) Che devi imparare a gestire quel potere per i tuoi scopi.

4) Che i tuoi scopi non sono quelli dell’uomo.

Quello che in apparenza sembra solamente un problema di comunicazione e fraintendimento, crea l’adeguamento delle due parti in causa (la donna e l’uomo) alle direttive del reciproco ‘partner’, forgiando un’immagine applicata all’oggetto dei propri pensieri, che finisce per divorare l’originaria essenza dell’oggetto stesso.

Ho preso questo esempio, poiché sono convinto che le verità più importanti si possono evincere dall’osservare la realtà quotidiana dei rapporti tra gli esseri (umani in questo caso), ed ancor più tenendo conto delle particolarità dei due complementari sessuali, che racchiudono l’archetipo del sistema duale della natura terrena (ma non solo!) dell’esistenza.

La terapia orgonica -relativa cioè all’energia cosmica primordiale- di Reich (nata nel 1949 dalla sua vegetoterapia analitica) parte dal presupposto che nel processo terapeutico si potesse fare a meno delle parole, ottenendo significativi miglioramenti della personalità lavorando direttamente sui processi energetici del corpo. Questo approccio è, alla luce di quanto detto prima, sicuramente valido, anche se irrealizzabile da altri punti di vista. Giusto è infatti dire che sapere non basta: una volta individuata la causa di squilibrî psicosomatici, bisogna lavorare ancora a lungo, perché il paziente introietti questo riconoscimento e, in un passo successivo, lo sfutti per migliorare il suo stato. Secondo Lowen (A. Lowen, Bioenergetica, Feltrinelli, Milano 2004, p.285), "la conoscenza è una funzione della coscienza della testa, che non necessariamente penetra nella coscienza del corpo e la influenza". Avviene dunque che spesso si usino le parole non per creare un ‘ponte’ che colleghi le esperienze sepolte nell’inconscio ad una nuova analisi, ma per far sì che nulla cambi. "Finché possiamo parlare di qualcosa ci sentiamo al sicuro (e questo è senza dubbio un aspetto positivo di questa pratica, ndr), perché il parlare riduce il bisogno di sentire e di agire (e qui cominciano i problemi, ndr). Le parole sono un sostituito dell’azione: a volte sono un sostituito profondamente necessario e valido, ma a volte rappresentano un blocco alla vita del corpo"(ibidem).

L’equilibrio dunque, è di nuovo la chiave per trovare la soluzione al problema. Reich ebbe ragione nel limitare l’uso delle parole nella sua terapia, per ricollegare il paziente al suo corpo, ma è necessario ricordare che il linguaggio è indispensabile al funzionamento dell’essenza umana, distinta dal resto degli animali proprio per la sua capacità di linguaggio parlato, scritto etc..

E’ evidente che rivivere l’esperienza a livello corporeo la rende convincente in un modo che nessun’altra via permetterebbe, ma è anche vero che le parole evocano i sentimenti in una maniera potentissima, come abbiamo visto in precedenza.

Inoltre, la comunicazione è strettamente legata alla volontà ed all’affermazione della propria personalità, del proprio Io; quando un bambino chiede insistentemente una cosa, esprime semplicemente la propria capacità di volere: per questo, in un’educazione equilibrata dell’infanzia, l’adulto potrebbe risparmiarsi commenti mutuati da vecchi proverbi stereotipati come "l’erba voglio non cresce nemmeno nel giardino del Re".

Quando non si giunge ad esiti esagerati, come l’estremo della tipologia del temperamento collerico di Steiner (R. Steiner, Il segreto dei temperamenti umani, ed. antroposofica, Milano 2001), dove l’Io subordina tutto il resto, l’afferamzione della propria individualità è necessaria all’esistenza. Infatti, quando d’una cosa non esiste il nome, essa non esiste (viene subito in mente l’episodio biblico in cui Adamo dà il nome a ogni cosa). L’Amore è propriamente il ‘sentimento della differenza’ (L. Valdrè, p. 53), in quanto rappresenta un collegamento il più possibile armonico tra i due estremi, che si riconoscono in quanto diversi: Narciso s’innamora di sé poiché vede la propria immagine come altro da sé.

Secondo lo Zen, lo specchio è un non-ente, qualora non vi sia riflessa alcuna immagine: allo stesso modo, il mondo è ‘velo di Maya’, in quanto non ha esistenza in sé, ma ciò non toglie che in relazione ai suoi abitanti esso abbia un’enorme importanza, e che va amato nella maniera che gli si compete.

Le sofferenze e le distruzioni contemporanee che ci arrivano ogni giorno dalla stampa e dagli altri mezzi di massa, nascono sempre dal voler applicare sistemi di pensiero a campi che non sono assolutamente adatti a quel sistema stesso. La fisica empirica galileiana ha senso in un mondo in cui spazio e tempo rimangono costanti, ma cade in un sistema relativo, come quello studiato da Einstein. Il fraintendimento di parole come ‘La mia pace vi do, non come la dà il mondo’, pronunciate da un grande saggio come Gesù di Nazareth, hanno portato alcuni estremisti a considerare il mondo in cui viviamo una condizione da evitare, da odiare (con l’effetto di legarvisi morbosamente ancora di più); sono state dimenticate o fraintese frasi come ‘date a Cesare quel che è di Cesare ed a Dio quel che è di Dio’, cioè rispettare la diversità e la particolarità di ogni caso ed amare, considerare ogni mondo, evento secondo le sue particolarità.

Molto probabilmente fu per questo che Socrate non volle lasciare nessun documento scritto ai posteri, per evitare cioè che esso si trasformasse in dogma rigido, allontanando dalla verità e generando violenza per difenderlo.

Ripetiamolo: in qualsiasi sistema, è l’equilibrio la chiave per l’esitenza. D’altronde nulla è immutabile, panta rei vale ancora come postulato; il totale equilibrio rappresenta la stasi e dunque la morte. Il nucleo sta nella ricerca dell’equilibrio, e nel suo sviluppo è la chiave ultima: si deve tendere all’equilibrio, sapendo di non raggiungerlo mai, poiché per fortuna agiscono sempre agenti ‘esterni’ che creano ritmo, movimento, vita.

Armonia, nella mitologia filosofica greca, nasce dall’incontro di Ares, che incarna l’aggressività, la guerra, con aphrodites, l’amore sensuale. La parola deriva da un indoeuropeo are, arete, che indica la virtù, la forza, l’ordine cosmico-sociale (arete > årđœ > ordo lat.).

Nell’organismo, quest’armonia è garantita dai meccanismi omeostatici del corpo, ad esempio la gestione chimica dell’equilibrio (tra 7,38 e 7,42 di acidità in condizioni normali) tra ioni d’idrogeno H+ e d’idrossile OH‾ nel sangue e negli altri fluidi del corpo. Se l’acidità è troppa, l’effetto immediato è un’eccessiva respirazione, che può portare ad esempio a fenomeni d’ansia, influendo in questo modo sulla psiche e viceversa.

Questo equilibrio in movimento viene raggiunto mediante uno spostamento di carica, allo stesso modo in cui un’eccitazione (pressione, trazione etc.) viene spostata da un piede all’altro, creando il movimento del camminare. Il ritmo, l’aritmos, contiene la stessa radice di armonia, è dunque l’unità alla base di tutte le dualità dell’esistenza. Questa dualità è percepita da ciascuno come coppia di opposti, attraverso la coscienza di testa e la coscienza di corpo. Ma come possiamo verificare l’unità alla base di tutto, se solamente la dualità ci appare chiara?

Come già visto, è necessario ritagliarsi degli spazî temporali da dedicare al silenzio della meditazione, ma non sempre questo è semplice: spesso il maggiore frastuono proviene proprio da dentro di noi, e cercare di escludere tutte le voci interiori risulta impossibile. Bisogna accettarle e dolcemente assimilarne il ritmo, abbassandone gradualmente l’intensità. Tuttavia l’unità è percepibile in maniera forte e potente in alcuni particolari momenti estatici. Questi fenomeni sono legati ad un tipo di meraviglia creativa, in quanto non fanno parte della normalità degli eventi, ma ne rappresentano la summa. Il concetto di ‘meraviglia’ è alla base di quello di ‘curiosità’, componente fondamentale dell’ipotesi, elemento portante di tutta la scienza empirica. Einstein si esprime in questo modo a proposito: "Come potremmo mai meravigliarci, se non sorgesse un conflitto tra ciò che ci attendiamo (il nostro sistema di teorie sul funzionamento del mondo) ed una nuova esperienza che mette in crisi le attese?

L’estasi, l’orgasmo, racchiudono questa meraviglia. In essi le coscienze di testa e di corpo si fondono fino a dissolversi nel culmine dell’eccitazione, con la risultante scomparsa della percezione di un proprio corpo ed un proprio Io. La forza di questo evento nasce dalla componente non quotidiana-ripetitiva dello stesso, altrimenti avremmo una totale assenza di personalità psicofisica che permette all’in-dividuo di sopravvivere come tale.

Nell’estasi orgasmica si convogliano le componenti corporali e mentali, e chiedendosi ‘Chi sono’, la risposta è sono un organismo: il che significa ‘un corpo’ e ‘una mente’ (lasciamo per un attimo da parte distinzioni tra anima, spirito, coscienza universale, etc.). Normalmente è difficile essere consapevoli di entrambe le cose contemporaneamente.

Questo a dato vita ad una serie di ferree posizioni oltranziste su cosa vada realmente seguito, se il corpo o la mente. Il già citato concetto mistico del velo di Maya si contrappone all’esasperata ricerca di estetica fisica della modernità. Questa contrapposizione duale esiste a livello cosciente, e per funzionalità analitica (non sintetica dunque, incapace di sentire l’unione) viene marcata in opposti, dove l’uno sarà bene e l’altro male. E’ giusto mantenere la dualità nell’analisi del singolo evento (il riconoscimento della diversità di una cosa rispetto ad un’altra è fondamentale per poterla capire), ma bisogna ricordare che il ritmo alla base di tutti i processi vitali funziona come ‘alternatore’ delle due percezioni, quella duale e quella unificante.

 

>>Ordine-Principio

Quando si percepisce un conflitto, l’unica soluzione sembra quella di sopprimere il desiderio ed il sentimento; così facendo però, si elimina momentaneamente la paura (che è legata all’aspettativa di qualcosa che ancora non esiste, ma che il nostro modo di pensare crea nell’immediato futuro fuso col presente). Il risultato è la repressione del conflitto. Che tuttavia non scompare, ma diviene strutturato nel corpo a livello inconscio.

La repressione dei sentimenti e dei pensieri è figlia di un ordine imposto dalla stessa persona che li prova (è il caso dei totalitarismi politici o più semplicemente delle manie comportamentali). Ricordiamoci che l’ordine, come qualsiasi regola, non può essere una finalità, ma un mezzo con cui l’individuo o la società si dà una struttura.

Una Regolamentazione nasce da dei processi che ricalcano una stuttura simile; secono A. Lowen (A. Lowen, Bioenergetica, p.300), lo sviluppo è il seguente:

1. Sensazione

2. Sentire

3. Emozione

4. Principio

Ovviamente esistono degli stadî intermedî che variano da singolo a singolo, inoltre a livello Io-Corpo, pensare e sentire sono integrati in un’unità cosciente. Vi sono alcuni principî universalmente validi, come la cosiddetta Regola d’oro, di cui ho parlato nella precedente ricerca: "Fa’ all’altro ciò che vuoi sia fatto a te" è un fondamento del vivere comune, che però presenta alcune problematiche legate, come spesso capita, all’interpretazione letterale del principio. Per esempio, qualora una persona avesse delle tendenze autodistruttive, si troverebbe ad applicare questa stessa tendenza nei confronti dell’altro. Oltre alla difficoltà nel riconoscersi ‘altro da sé’, requisito importante per un’autoanalisi, qui si nota un modalità di percezione con dei problemi di ‘campo visivo’. Ancora, nell’elaborazione di questa regola da parte di Gesù (ama il prossimo come te stesso), le difficoltà aumentano: è il caso di qualsiasi rapporto umano con dei problemi. Si applica cioè all’altra persona le proprie brame, i propri desiderî e bisogni, nella convinzione che ‘il modo di amare che piace a me debba per forza piacere anche all’altro’.

In questi casi, manca una serie di esperienze interiorizzate: per arrivare alla convinzione della validità di un principio, si deve aver avuto la possibilità di scegliere (ad esempio, tra verità e menzogna). Ricordando ciò che abbiamo detto in merito ai marcatori (psico)somatici, vediamo come il pricipio svolga una funzione simile, cioè mantiene l’equilibrio tra pensiero e sentimento, senza che occorra confrontarle continuamente a livello cosciente.

 

>> Uomo-Donna

Abbiamo visto come i principî servano a mantenere un equilibrio. Nel mondo moderno si è arrivati spesso alla posizione estrema opposta, secondo cui, data qualsiasi pulsione o sensazione, bisogna seguirla ed agire in base ad essa, poiché non si conosce un limite di demarcazione. Questa maniera di vedere le cose è fallace quanto quella iperrazionalista, per cui ogni comportamento dev’essere controllato dalla ragione.

Il principio dev’essere convinzione mutuata da esperienze proprie od altrui, ma comunque da una libertà di scelta, non dall’imposizione. E’ normale infatti, che quando una qualunque regola, seppur giusta, viene imposta dall’esterno, nasca una rivolta che porta alla posizione opposta, fino che l’equilibrio riporta tutto ad una zona mediana, in cui è possibile il dia-logo. Dal punto di vista bioenergetico, il principio è un flusso di eccitazione-energia che percorre testa, cuore, genitali ed estremità (mani e piedi), unendoli in un movimento-ritmo ininterrotto.

Ancora, quando un’imposizione giunge dall’esterno, essa è simile ad una tortura che viene poi applicata nei rapporti interpersonali. Come sostiene U. Galimberti (art. ‘Donne vittime crudeli’), in merito alle torture delle ‘aguzzine’ di Abu Ghraib:

 

‘…siccome uccidere è contro natura, chi uccide, per quanto, ingannandosi,

possa giustificare il suo gesto con la più nobile delle cause, sconvolge la sua psiche,

la quale si trova a ospitare come principio guida del suo orientamento la pulsione

alla distruttività. Questa pulsione è così devastante che chi deve assumerla come

linea di condotta non può farlo se non sopprimendo nella sua anima ogni forma di

umana pietà. (…) E la crudeltà e la ferocia che ne seguono altro non sono se non

il godimento di questa sensibilità negata a annullata, di questa crudeltà portata

all’eccesso, che fa provare un piacere mille volte superiore a quello che si può

raggiungere cedendo per debolezza alle proprie passioni abituali.

Se il piacere della crudeltà è la metamorfosi del sentimento è ovvio

che chi dispone di maggior sentimento (solitamente la donna più

dell’uomo) deve fare uno sforzo maggiore per comprimerlo, e la

carica negativa così accumulata si scarica nella tortura in

proporzione al tasso di repressione richiesta.’

Esiste una grande confusione di pensieri comportamentali nella società contemporanea, la continua ed ammaliante ricerca di una libertà da una mondo artefatto viene affiancata dal bisogno di una nuova morale. Abbiamo detto che la fusione degli opposti è necessaria in alcuni ambiti ed in altri no, con la conseguente nascita di diverse estetiche di realtà, ma andando oltre si comprende come la fusione di sacro e profano, o meglio, lo spostamento termatico della sacralizzazione del quotidiano rappresenti nuove problematiche. Quest’ultimo concetto non va confuso con la ricerca del sacro o con la comprensione dell’elemento divino nel microcosmo delle piccole cose che ci circondano, bensì con la dissoluzione degli ambiti tematico-esistenziali della vita umana. Galimberti ne parla in maniera approfondita ne Il corpo (cap. 35. ‘corpo e trasgressione’, p. 454 e seg.).

 

>>Bibliografia

A. Damasio, L’errore di Cartesio, Emozione e coscienza, Alla ricerca di Spinoza, Adelphi 2004, all’interno dell’articolo ‘Pensieri rapidi – Morale lenta’ di S. Johnson su D-Repubblica, 31 Luglio 2004

F. Dunas, Ph. Goldberg, Il gioco della passione, TEAlibri, Milano 2003

U. Galimberti, Donne vittime crudeli, articolo su D-Repubblica, 31 Luglio 2004

U. Galimberti, Il corpo, Feltrinelli, Milano 2003

A. Lowen, Amore e orgasmo, Feltrinelli, Milano 2003

A. Lowen, Bioenergetica, Feltrinelli, Milano 2004

W. Pasini, Intimità, A. Mondadori Editore, Milano 1990

C. Risé, Maschio amante felice, Frassinelli, Varese 1995

D. Schönemann, Fallende Blätter – Essays, Gedanken und Erfahrungen – Band I,

NOI-Verlag, Klagenfurt 2004

R. Steiner, Il segreto dei temperamenti umani, Ed. Antroposofica, Milano 2001

R. Steiner, Il Vangelo di Giovanni, Ed. Antroposofica, Milano 2001

R. Steiner, Lucifer et Ahriman, Ed. Anthroposophiques, Romandes, Géneve 1986

L. Valdrè, Il linguaggio dell’eros – la parola come segnale erotico, Rusconi, Milano 1991

C. Wilson, Das Okkulte, Melzer Verlag - Parkland Verlag, Köln 2004

© David Tomasi 2004